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Caro Mauro, hai lasciato il segno. Per tutti noi.

Caro Mauro,

Per me sei stato molte cose, negli anni – così ingiustamente troppo pochi – in cui ho avuto il privilegio di conoscerti. So che hai lottato come un leone, che hai provato rabbia. So che hai cercato di proteggere coloro che amavi dal dolore e della sofferenza, e di proteggere te stesso dalla pena che altri avrebbero potuto provare vedendo la tua fatica. Io non ho mai provato pena, nel vederti combattere. Non te l’ho mai potuto dire, ma ti ammiro per come hai combattuto la tua battaglia. Sono sicuro che hai sorriso guardando la tua vita tutta insieme, prima di congedarti. E so che ora sei nella pace.

Ho ascoltato da te i racconti della montagna e dei viaggi in giro per il mondo, dal Deserto all’Everest. Ho visto l’amore per tua moglie e le tue figlie, ti ho conosciuto come chirurgo e come Tenente Medico. Ho davanti a me il ritratto di un marito, un padre e un uomo che ha vissuto da vivo, e che lascia tutti noi con il solo rimpianto di non avere avuto a disposizione molti più anni da trascorrere insieme.

Ti ho visto sorridere, al crepuscolo di questa tua esistenza così piena, soddisfatto per la bellezza di tutto ciò che avevi ricevuto e donato. Ho conosciuto solo “l’ultimo” Mauro, quello degli ultimi tre anni. Il resto della tua vita me l’hai raccontato in parte tu, e per la maggior parte tua figlia, che ti ama ed è straordinariamente orgogliosa di averti come papà.

Ho visto la gioia nei tuoi occhi, quando ci hai accompagnato all’imbocco dei sentieri di quel Monte Bianco che conoscevi e amavi così profondamente. Sono stato felice di poter camminare un po’ con te, solo noi due, appena una manciata di mesi fa. Era molto più difficile di un tempo, camminare. Certo, faticavi, inutile nascondercelo adesso. Ma eri forte e fiero: la pipa in bocca, passo dopo passo, ammiravi quella montagna e raccontavi i paesaggi e i sentieri, felice di continuare a trasmettere tutto alle tue figlie e anche a noi che abbiamo la fortuna di stare loro accanto.

Entro in casa vostra e ti vedo di schiena, sulla poltrona, a pizzicare le corde della tua chitarra. Penso a Dylan. Un’altra grande passione a cui dedicavi una parte del tuo cuore, ogni giorno, senza mai perdere il gusto di ascoltare e riascoltare ogni sfumatura di quelle poesie in musica che conoscevi per filo e per segno.

Ti ho ammirato perché eri capace di dedicarti alle cose che amavi con cura e costanza, senza pressapochismo, né in eccesso, né in difetto. Il giusto tempo. Ho sempre pensato che fosse questa la ragione per cui eri così bravo con le tue piante. Quante volte ti ho salutato sul terrazzo o nel giardino di Chamonix, mentre tu con pazienza le annaffiavi, le potavi, te ne prendevi cura e intanto masticavi la pipa e chissà quali pensieri. Hai insegnato quest’arte a tua figlia, e lei la sta insegnando a me. Ne vado così fiero. 

Caro Mauro, eri anche un padre orgoglioso. Ho potuto vedere quanto le amavi, le tue bambine. Le amavi esattamente per ciò che sono, così diverse fra loro ma così unite. Eri fiero di loro, di ciò sono e che avranno modo di diventare anche grazie a te. Ho potuto vedere quanto amavi tua moglie, che ti è stata accanto incessantemente, fino alla fine, esattamente come desideravi. La amavi, come in quegli occhi sorridenti, ritratti in una vostra foto che ho visto appesa in casa. Mi ha sempre colpito quell’immagine. Lei canta e tu suoni la chitarra. Uno sguardo d’amore che non si è mai spento, che in questi ultimi anni si è fatto ancora più forte, fino a sopravvivere alla morte, sconfiggendola. Ho letto alcune delle parole che hai lasciato. Quanto amavi Edoarda e le tue bambine. E sai, io le ho guardate che ti tenevano la mano, nelle tue ultime ore: hai fatto bene a scegliere di raccontare gli occhi, in quelle parole.

Eri tante altre cose per me. Le chiacchierate sulla politica, la letteratura e i libri, il romanzo che avevi scritto e che si è perso, i quadri che dipingevi sparsi per la casa, la passione per la Storia, la legna, la moto e il maggiolone, il ricordo prezioso della tua amata mamma, e ancora molto di più. 

E poi eri il dottor Ongari, chirurgo. Faccio fatica a immaginare una persona con una dedizione più forte nei confronti della sua professione. La dedizione per il tuo lavoro – per quello che ritenevi il lavoro più bello del mondo – insieme al tuo fisico così straordinariamente forte, ti hanno tenuto in piedi ben oltre ogni limite ordinario.

C’era un grande sentimento che ti muoveva, nell’esercizio della tua professione. Una volta ne abbiamo parlato. Non era l’atteggiamento vuoto di chi si inginocchia ad un idolo senza volto, la “nazione”. Il tuo era il senso di appartenenza ad una comunità fatta di persone in carne ed ossa. È quello stesso senso di appartenenza che ti ha portato a diventare Tenente Medico della Croce Rossa, prestando servizio a Mare Nostrum del 2015 e ad Amatrice nel 2016. Per questo hai scelto di prestare servizio presso il carcere di Novara, per questo sei stato per tutta la vita un donatore di sangue. Sei stato costantemente a servizio della tua comunità. Per tutte queste ragioni hai ottenuto il Cavalierato al Merito della Repubblica Italiana. Quando parlavi di queste cose non ti vantavi, non gonfiavi il petto. Accendevi la pipa, dipingevi volti, situazioni e persone, sorridevi e ti si illuminavano gli occhi. Mostravi quella spontanea umiltà tipica solo delle grandi persone, quale eri tu.

Fino all’ultimo hai continuato ad esercitare la tua professione. Fino a pochissimi giorni fa, con il corpo che si stava spezzando, hai continuato a dedicarti ai tuoi pazienti. Ed è per questo che hai meritato il titolo di Primario del reparto di Chirurgia di Galliate, proprio nell’ultimo giorno della tua vita. Per questo ora in tanti si stanno chiedendo come sia potuto accadere tutto questo. Perché il dottor Ongari era lì fino all’altro giorno. Forte, rassicurante, lucido e presente. 

Avrei voluto passare molto più tempo con te, Mauro. Vorrei parlarti di quanto amo tua figlia e degli occhi che hai scelto di raccontare nelle parole che hai lasciato. Perché sai, io stesso mi sono innamorato da subito degli occhi di tua figlia. Proprio la prima volta che guardandola davvero, la vidi. Era di questi tempi, tre anni fa, a Londra. Nessuno ancora lo sapeva, e io stesso ne fui sicuro solo quel giorno. Sembra passata un’era geologica, ma quella fiamma in me non ha fatto altro che crescere. Avrei voluto parlartene, un giorno.

Non ci sono stati dati altri anni, eppure tutto quello che hai costruito è qui, ed è molto. Sono felice di volerti bene, grato che tu me ne abbia voluto.

Così, dottor Mauro Vittorio Ongari, Primario del reparto di Chirurgia generale di Galliate, Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, marito, padre, fratello, amico, non devi avere nemmeno il minimo dubbio: hai lasciato il segno. Non tanto per i titoli che hai meritato nel corso dei tuoi 60 anni. Ma per i legami, la passione, la cura, la dedizione, la forza e lo spirito di sacrificio, per l’amore che c’è dietro a quei titoli, ai racconti e alle storie della tua vita. Troppo breve, eppure così straordinariamente piena. Se anche il tuo corpo alla fine ha dovuto cedere, la traccia che ci hai lasciato è indelebile.

Personalmente, caro Mauro, continuerò a camminare, portando le scarpe che mi hai regalato, tenendo per sempre vivo dentro di me il ricordo di te. Come ti ho portato nella preghiera l’estate scorsa, un passo dopo l’altro fino a Santiago, così ora tornerò a camminare sapendoti vicino. Perché se c’è una cosa che ci hai insegnato è che non bisogna mai, mai smettere di camminare, di servire, di amare.

Grazie, Mauro. Ti voglio bene.

Mattia

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