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Note precarie su “La società del Quinto Stato”

Manu Tugnolo. 23 anni, di Castelletto di Momo, Segretario della Sezione PD Momo Barengo Vaprio d’Agogna Caltignaga e Responsabile Comunicazione della Federazione di Novara dei Giovani Democratici. Laureato triennale in Economia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano sulla legalizzazione della cannabis. Cristiano dei dieci comandamenti più uno – #livefast – ritiene l’8 gennaio un giorno sacro perché compleanno di Elvis Presley e David Bowie.

La Retorica con “R” maiuscola

Molta retorica, insopportabile e dalla “r” minuscola, quella che vuole raccontare il nostro rapporto col mondo del lavoro: dal paternalismo del fu governo Monti, passato alla storia per gli “schizzinosi” della ministra del Lavoro Elsa Fornero e per gli “sfigati” del sottosegretario Michel Martone che sono nient’altro che tipici della mentalità (ancora) dominante per cui le storture del sistema vengono ribaltate su di te che “non sei abbastanza”; alla citazione a casaccio di sigle e categorie come NEET, millennials e Generazione Z senza sapere realmente di cosa si sta parlando.

Poi c’è la Retorica con la “R” maiuscola, capace di adattare immaginari forti della cultura contemporanea (cosa non facile, vista la maniera post-moderna di rielaborare termini già conosciuti sperando di guadagnare notorietà) per ravvivarne lo spirito senza arroccarsi nelle incrostazioni della storia.

È questo il caso de La società del Quinto Stato (Laterza, 2019) di Maurizio Ferrera, ordinario di Scienza Politica alla Statale di Milano, editorialista del Corriere della Sera e uomo con alle spalle esperienze italiane e non in commissioni a carattere socio-economico e giuslavoristico.

Cos’è il “Quinto Stato”?

Pane al pane: cos’è questo Quinto Stato? Un insieme di «lavoratori che condividono varie caratteristiche, ma per sua natura tende ad essere fluido e variegato dal punto di vista economico e sociale»; gli elementi di tale insieme sono un insieme di supplicanti che quasi deve arrivare a mettersi in ginocchio per un’assunzione la cui solidità permetta un cuscinetto di certezza sul futuro. Tale assunzione, a sua volta, non riguarda martiri verso il cielo, ma l’eterogenea galassia del precariato.
Qual è la caratteristica basilare del Quinto Stato? Ribadiamolo per bene: la transitorietà delle forme contrattuali e gli espedienti tipici del precariato. Sembrano scontati gli effetti, ma non lo sono le implicazioni. Una su tutte: diventa ad esempio difficile organizzare in un gruppo sindacale persone che nell’arco di sei mesi prenderanno strade diverse, siano esse un altrettanto transitorio rinnovo della carta, un nuovo lavoro altrove o forse neanche quello. E fin qui è abbastanza evidente.

È allargando alle altre sfere (qualcuno direbbe “sovrastrutture”) della vita umana che notiamo l’insostenibile leggerezza dell’essere precario. Esagerando a ragion veduta, stiamo assomigliando sempre dipiù ai paesi estremi dell’emisfero boreale, e solo nel peggio. Stiamo diventando americani nel senso che le protezioni previdenziali ed assistenziali che sono state una conquista delle socialdemocrazie post-1945 non vengono più maturate in proporzione al tempo del lavoro, il che rompe la visione di quest’ultimo come garanzia dalla miseria e dal bisogno sia nel presente (salari, stipendi, assistenza), sia nel futuro (TFR, pensioni). Stiamo poi diventando giapponesi nel senso del clima iper-competitivo che, in perfetta sintonia con la visione di “schizzinosi” e “sfigati” da ogni fottuta parete, induce in un profondo senso di inadeguatezza. È il baratro della psicologia della scarsità: il non poterti più permettere alcune esperienze come le gite fuori porta del fine settimana, l’Erasmus (cui infatti partecipa qualcosa come lo 0,25% degli studenti universitari, e a dirlo non sono stati i “pericolosi” “comunisti” ma Il Foglio in una ricostruzione di inizio 2019), un drink in più il sabato sera segna i tuoi bisogni sociali, la tua posizione e la tua rispettabilità nel tessuto sociale.
Ferrera lo spiega benissimo: «La fonte primaria di ogni ribellione è la sequenza psicologica frustrazione-aggressione. Quando è prolungata e fortemente radicata, la frustrazione si traduce in rabbia, ribellione anche violenta». E in tal senso il precariato, ostacolando l’organizzazione del precariato per incanalare questi bisogni (Alfredo Reichlin direbbe «porre il problema del Governo»), funge da pezza peggiore del buco che si trova a colmare.

Flessibilità e precariato

Si dirà: man mano che aumenta l’asticella dell’istruzione conseguita questo ribasso delle qualifiche è inevitabile; la domanda (gli aspiranti) aumenta più dell’offerta (i posti disponibili), la scolarizzazione perde di scarsità e perciò si assiste ad un eccesso di offerta. Le soluzioni possibili sono due: proseguire con un titolo di studio sempre superiore (ma quanto è paritaria la scuola all’entrata? E soprattutto è possibile e opportuno allungare il ciclo di studi all’infinito?), oppure percorrere la strada di una formazione sul posto, diversa dall’istruzione nelle aule, che sia continua e continuativa. Il bivio ci viene posto di fronte, se ancora crediamo nella scuola come nell’istituzione dove le disuguaglianze all’entrata non iniziano già a 6 anni a condizionare irreparabilmente il tuo futuro.

È la linea sottile tra la flessibilità e il precariato. Se «una società post-industriale fosse fluida e mobile, la diffusione di nuove forme contrattuali non produrrebbe necessariamente dei fossati quasi incolmabili e gravidi di conseguenze sull’intero percorso di vita delle persone». Ma dal momento che le destre ci vogliono insegnare che sempre più potere deve passare dallo Stato ai potentati dell’economia e che quindi tutti i vantaggi sociali delle liberalizzazioni devono essere privatamente incamerati (come dire: col culo degli altri) da quei 70 milioni di persone del mondo più ricche dei 3 miliardi e mezzo più poveri, il salto da un contratto all’altro rischia di diventare un precipizio del vuoto, quando non un baratro personale.
Stretta e in salita è la strada. O meglio l’autostrada, essendo il precariato una cosa che coinvolge tutti noi giovani dallo Stato della California alla Metropoli di Tokyo. E ancora una volta, chi sostiene che problemi così internazionali possono avere solo una soluzione extra-nazionale e non nazionale ha ragione da vendere: nella parabola dei sovranismi, si arriverà sempre a pesce grosso vs pesce piccolo.

Maurizio Ferrera, La società del Quinto Stato, 1a ed. Laterza, Roma, 2019, ed. cartacea € 16,00, ed. digitale € 9,99

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